Perù: Silvia Onnis e Giuseppina Meli, la piccola grande rivoluzione bio-climatica sulle Ande del Perù

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[dropcap]Q[/dropcap]uesto vuole essere un umile ringraziamento rivolto alle prime persone sulle quali sono “inciampata” lungo il mio viaggio in Perù. Scrivo questo racconto perchè le storie belle e virtuose vanno raccontate, ma anche per una sorta di sentimento di orgoglio verso la mia terra, o meglio, le mie due terre.

I miei primi due incontri si chiamano Silvia Onnis e Giuseppina Meli, sono due donne e sono entrambe architetti. La prima, Silvia, ha 39 anni, è sarda e ha un curriculum di tutto rispetto: laurea in Architettura presso L’Università degli Studi di Firenze, specializzazione al Politecnico di Torino -“Habitat, Tecnologia, Sviluppo” improntata sull’architettura nei Paesi in Via di Sviluppo- ed esperienze all’estero in Europa, Asia e Sud America. Vive a Lima da tre anni, dove collabora con il Centro Tierra della Pontificia Universidad Católica del Perú (PUCP), con la quale entra in contatto grazie al tirocinio Master&Back della Regione Sardegna. Un anno e mezzo fa la raggiunge Giuseppina, qualificato architetto di 38 anni che dall’altra isola, la Sicilia, porta con sé un congenito amore verso la riqualificazione culturale dei quartieri urbani. In comune hanno la passione per la terra cruda (“ladrini”, in sardo) e un’innata attenzione verso gli ultimi.

Nelle pause Limeñe tra le continue trasferte sulle vette innevate verso il sud del Perù, a Orduña, mi raccontano il loro progetto: è un sogno rivoluzionario che con la forza della volontà e della passione (nonostante gli sforzi economici e fisici) si sta traducendo in realtà.

Lama Orduña PunoOrduña è un piccolo centro abitato ubicato nella provincia di Lampa, nella regione di Puno, posto a 4675 metri sul livello del mare: se ti metti in punta di piedi e alzi le braccia al cielo puoi toccare i piedi di Dio, dicono.

La piccola comunità andina che vi abita è composta da 40-50 famiglie di madrelingua Quechua il cui sostentamento si basa prevalentemente sull’allevamento e la produzione artigianale, essendo l’agricoltura un lontano miraggio a causa delle ostili condizioni climatiche. A questa altitudine, infatti, nulla cresce -nemmeno la Quinoa, agognato “grano de oro” degli Inca-; la scarsa itticoltura delle trote nelle vicine lagune non assicura il sostentamento e il pascolo si riduce a poche unità di animali (alpaca, lama e pecore) che mal resistono alle forti gelate.
Orduña appartiene al distretto di Santa Lucia che storicamente fu considerato come zona potenziale per l’allevamento degli alpaca: oggi, oltre ai difficili inverni, la minaccia principale per il settore della pastorizia è rappresentata dalle concessioni minerarie che permettono ai “mineros” di sfruttare il territorio alterandone gli equilibri sociali, economici e climatici.

Totora PunoMa -ci si starà chiedendo-, cosa ci fanno una sarda e una siciliana in uno sperduto “pueblito” Peruviano a 5000 metri sul livello del mare? Il progetto del Centro Tierra, finanziato dallo Stato attraverso il Concytec (Consejo Nacional de Ciencia, Tecnologia e Innovación Tecnológica) si chiama “Trasferimento tecnologico per la Casa Altoandina”. Nonostante possa sembrare qualcosa di complicato e lontano per i non addetti ai lavori, in realtà l’idea che lo ha generato nasce da un semplice e universale principio di “rispetto” verso la madre terra (“Pachamama”, in Quechua) e i suoi abitanti; principio che dovrebbe risultare molto più vicino a tutti noi di quanto, purtroppo, non sia nella realtà.

La popolazione rurale delle zone alto andine è una delle più povere ed emarginate del Perù e, oltre alle avverse condizioni sociali ed economiche, uno dei problemi che maggiormente affligge le comunità è rappresentato dalle basse temperature e dalle gelate che provocano infezioni respiratorie acute, principale causa di morte nei bambini. Questo perché le abitazioni hanno una infrastruttura precaria che non isola l’interno dal freddo, facendo scendere le temperature notturne al di sotto dello zero.
Possedere gli strumenti atti a rispondere ai bisogni primari dell’essere umano è un diritto inalienabile di cui tutti dovremmo godere. In un contesto come questo, l’esigenza di un adeguato nutrimento e di un tetto (possibilmente confortevole) sotto il quale dormire rappresentano una priorità: per questo diritto si battono quotidianamente Silvia e Giusi, lavorando a mani nude terra e acqua con giunchi di totòra (canne lacustri) per la costruzione di un prototipo di casa che sia accogliente, dignitosa e, soprattutto, termicamente e sismicamente resistente.

Casa costruzione PunoL’obiettivo del progetto è infatti il miglioramento della casa rurale dal punto di vista termico e sismico, sfruttando inoltre le energie rinnovabili per poter dotare le abitazioni di acqua calda e luce. Questo prototipo di “casa passiva” è, infatti, energeticamente autosufficiente: l’impatto sull’ambiente è azzerato per quanto riguarda i consumi legati al riscaldamento e al raffreddamento degli ambienti, e questo perchè l’attenta progettazione evita i ponti termici sfruttando solo l’isolamento del calore all’interno della casa. La protezione termica è ottenuta con il riscaldamento delle pareti di pietra per mezzo del sole, l’impermeabilizzazione del pavimento e l’isolamento del tetto con materiali coibentanti come la lana di alpaca o di pecora, i giunchi di totora o la paglia.
Questa è la parte più appassionante del progetto: lo studio dei materiali naturali disponibili in loco, a chilometro e a costo zero, rivisitati in chiave bioclimatica e studiati in laboratorio per quantificare le loro proprietá termiche grazie a software di simulazione termica. La fondazione si costruisce in modo da evitare che l’umidità salga lungo il muro e, al fine di “ingabbiare” il calore all’interno della casa mantenendo costante la temperatura interna, il team di ricercatori ha messo a punto un sistema di isolamento termico composto unicamente da materiali naturali: un intonaco di terra e paglia applicato sopra uno strato isolante creato unendo “materassini” di totora prodotti dalle comunitá che vivono sulle sponde del lago Titicaca. Paredes PunoLa totora impacchetta integralmente tetto e muri -le superfici che piú disperdono calore-, funzionando come un sistema a cappotto, ed é fissata al muro di adobe (mattone di terra cruda) con chiodi e tappi di bottiglia metallici, schiacciati per formare rondelle a basso costo. Il pavimento anti-umidità è fatto con pietre di diversa grandezza senza malta e uno strato di paglia o lana per l’isolamento termico, cosicché l’acqua non possa salire per capillarità. Ma le estreme condizioni climatiche, purtroppo, non sono legate solo al freddo. Anche il movimento sismico si impegna a sconvolgere la già ardua quotidianità: le continue scosse di terremoto che colpiscono il Perú rendono le abitazioni vulnerabili e pericolose per la vita stessa. Questo ha imposto la necessità di dotarle di un’ulteriore protezione che resista alle scosse evitando la caduta dei muri. Questi ultimi vengono così rinforzati con una buona fondazione, travi di coronamento in legno e un sistema di corde tese manualmente in senso orizzontale e verticale che, formando una griglia contenitiva tra le pareti, ne obbligano il movimento contemporaneo in caso di sisma distribuendo il peso del tetto sui muri ed evitandone così lo sfaldamento.

Muros OrduñaCiò che rende affascinante e ammirevole il progetto non è solo il dato tecnico-architettonico e la creativa tecnologia costruttiva. A renderlo degno di nota è la filosofia che lo accompagna, figlia dell’occhio clinico delle bio-costruttrici, minuziosamente attente al rispetto dei principi di sostenibilità ambientale e di progettazione partecipata. La scelta di utilizzare materiali e tecniche eco-compatibili e locali è dettata dall’esigenza di minimizzare al massimo l’impatto ambientale della costruzione -abbattendo i costi di trasporto e l’inquinamento connessi ad esso-, ma anche dall’interesse verso la rivalorizzazione delle tecniche costruttive ancestrali legate alla tradizione locale. Acqua, sole, terra e giunchi di totòra (con cui vengono costruite le famose isole flottanti dal lago Titicaca, ndr) sono i protagonisti di questa piccola grande rivoluzione: assicurano risultati eccellenti in termini di bassi consumi termici, non producono emissioni dannose per l’ambiente e, soprattutto, sono riciclabili.

Anche l’altro limite, quello culturale legato alle difficoltà di comunicazione con la comunità locale (la cui lingua ufficiale è il Quechua) è abbattuto dalla redazione di un manuale destinato alla comunità stessa che descrive tutte le fasi del processo costruttivo in maniera semplice e intuitiva con l’aiuto di foto e disegni. L’obiettivo è fare in modo che le tecniche costruttive vengano facilmente apprese dalle famiglie della comunità e riprodotte autonomamente dalle stesse, affinché tutti si possano dotare di una abitazione come da prototipo. Per creare questo incentivo, facendo in modo che gli abitanti del piccolo paese possano toccare con mano i benefici dati da un tipo di costruzione come questa e convincerli al miglioramento tecnologico delle proprie abitazioni, ogni famiglia della comunità, a turno, vivrà nella casa-prototipo per una settimana.

Comunidad Orduña PunoLa contraddistinta sensibilità culturale del team ha fortemente orientato il progetto nel senso della partecipazione della comunità facendo in modo che tutte le famiglie venissero coinvolte nelle fasi di progettazione e costruzione della casa-prototipo in quanto loro diritto/dovere individuale e collettivo. Non si può prescindere dall’analisi del contesto sociale quando si costruisce un’opera architettonica. La progettazione partecipata serve proprio a questo: è fondamentale per raccogliere dati e informazioni, formulare proposte e spunti critici necessari a rendere più chiari gli obiettivi così da migliorare le soluzioni per indirizzare la realizzazione del progetto verso la soddisfazione degli utenti. Vedere spalla a spalla architetti, ingegneri e i membri della comunità sporcarsi le mani di fango e paglia, ha contribuito a sviluppare un senso di comunità allargata nonché di rispetto, legittimazione e fiducia verso coloro i quali sono professionalmente impegnati in prima linea nella realizzazione di quest’opera.

Festa OrduñaUn plauso va a queste ragazze che, lontane dai riflettori mediatici e dalla gloria, portano avanti con passione e sacrificio questa piccola grande rivoluzione verde. Questo è ciò che (per chi scrive) dovrebbe avere valenza nell’ormai inflazionata e ambigua definizione di “orgoglio nazionale”: in questi casi sì che ci si sente orgogliosi di essere Italiani.

Chiunque fosse interessato ad avere informazioni sul progetto può contattare direttamente gli architetti Silvia Onnis e Giuseppina Meli agli indirizzi: [email protected] [email protected] o l’associazione “Centro Tierra-INTE-PUCP” all’indirizzo: [email protected]